Il disco rotto che dai ’70 replica contro il lusso della pax welfariana

Il disco rotto che dai ’70 replica contro il lusso della pax welfariana

di Pierfranco Pellizzetti -
Gli apprendisti stregoni della banca d’affari americana JP Morgan hanno stilato di recente il loro verdetto sulla crisi dell’Europa mediterranea inanellando ottusità tipiche di una cultura a dispense da perfetto membro della maggioranza silenziosa, più gerarchico-autoritaria che manageriale.
Naturale indignarsi, meno stupirsi. Difatti il Rapporto in questione è solo l’ultima di una lunga serie di pretenziose quanto rozze analisi, che ripetono sempre l’identico ritornello: la democrazia è un costo che non ci si può più permettere. Il primo e il più celebre esempio di tali vaticini è il testo stilato nel 1975 da un terzetto di star sociologiche dell’epoca (Samuel Huntington, Michel Crozier e Joji Watanaki) per conto della ben nota all’ufficio Commissione Trilateral, che diede la stura a una serialità di pretenziose baggianate economiciste: «La crisi della democrazia, rapporto sulla governabilità», in cui si sosteneva la tesi che dopo lo choc petrolifero del 1973 e le vertenze del lavoro degli anni precedenti l’ordine democratico era diventato un lusso insostenibile. Insomma, ossessionati dalla congiunturale contrazione dei profitti, capitalisti e consulenti vari ritenevano ormai azzerabile la questione del consenso sociale, che da trent’anni costituiva il fondamento della pax welfariana (il cosiddetto compromesso keynesiano-fordista).
Da qui quel Rapporto che diventava l’ordito su cui intrecciare in continuazione i ragionamenti destabilizzanti cari allo spirito del tempo; a quell’individualismo possessivo di stampo thatcheriano (con le sue tesi demenziali secondo cui «la società non esisterebbe»), che eleggeva a proprio slogan «avido è bello». Sicché nel 1993 il premio Nobel per l’economia Gary Becker poteva dichiarare a Businnes Week che «il diritto del lavoro e la difesa dell’ambiente sono diventati eccessivi nella maggior parte dei paesi sviluppati». L’anno dopo – come ricorda Serge Halimi – la Chase Manhattan Bank raccomandava al governo messicano di schiacciare gli zapatisti precisando: «Anche se in fondo il Chiapas non costituisce una minaccia per la stabilità del Messico, gli investitori sono convinti del contrario».
Considerandole freddamente, una robusta serie di stupidaggini, che tuttavia hanno determinato scelte irresponsabili a livello planetario e che risultano la cartina di tornasole di come pensa un ambiente importante come quello che è stato denominato “l’Internazionale dell’establishment”; un club che si dà appuntamento una volta all’anno in quel di Davos, nelle stanze ovattate, esclusive come l’americano Bilderberg o l’europeo Bruegel. Sicché, aprendo una finestra su questo mondo in penombra, salta fuori come i presunti master of universe (o – nel caso italiano – i Mario Monti, apprezzati frequentatori di entrambi i circoli) rivelino mentalità e capacità analitiche da club house di un villaggio vacanze; si circondino di consulenti arrampicatori sociali, specializzati nel costruire report facendo cigolare le fotocopiatrici. Tipo quello di JP Morgan.
Rendendosi conto di tanta pochezza, risulta ancora più inquietante pensare che questi personaggi e queste idee hanno segnato – grosso modo – gli ultimi quarant’anni della nostra vita, trasformando intere società in lande inselvatichite. Probabilmente una fase storica in esaurimento; seppure con aree (vedi l’Unione europea) ancora attardate nei vecchi riti, nel non rendersi conto di una tale pochezza devastante. Che sebbene stia definitivamente mostrando la corda resta tuttora priva di alternative per l’aver fatto terra bruciata attorno.
Appunto: è certamente doveroso indignarsi davanti a certe scempiaggini fuori tempo massimo; meno lo stupirsi per quanto è soltanto il gracidio di un disco rotto.

Il Manifesto – 28.06.13


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