«Il Pd non esulti troppo presto»

«Il Pd non esulti troppo presto»

Intervista a Roberto D’Alimonte di Riccardo Chiari -
«Non c’è stato un cataclisma. Siamo dentro un trend consolidato, che va avanti da più di trent’anni. E non sappiamo quando si fermerà».
L’analisi di Roberto D’Alimonte sull’astensione al voto di domenica va in controtendenza rispetto alla percezione di un record del non voto. Il politologo mantovano, oggi docente alla Luiss dopo aver insegnato per una vita alla Cesare Alfieri di Firenze, osserva che è ancora presto per parlare di un declino irreversibile del Movimento 5 Stelle. Poi consiglia al Pd di non pensare di aver già superato la crisi di sfiducia dopo il voto di febbraio. Quanto al Pdl, conferma che il «fattore B» è determinante: se Silvio Berlusconi non è in campo, la mobilitazione del suo elettorato diminuisce sensibilmente.
Professor D’Alimonte, proviamo a riassumere il voto di queste elezioni comunali con questa formula: astensione record, flop di Grillo, vincono Pd e centrosinistra, perdono Pdl e centrodestra. E’ andata davvero così?
Nonostante le apparenze, non c’è stato un aumento significativo dell’astensione. Se vediamo quanto è accaduto alle amministrative dello scorso anno rispetto al 2007, e a quelle del 2011 rispetto al 2006, notiamo che il calo dell’affluenza è praticamente identico. Non c’è stato un cataclisma. Piuttosto queste elezioni si collocano dentro un trend storico. In Italia la partecipazione sta diminuendo dal 1979. Non solo alle amministrative: alle ultime politiche di febbraio c’è stato un calo del 5% rispetto al 2008, con una forbice mai toccata in precedenza. La tendenza è questa, è ormai consolidata e non sappiamo quando si fermerà.
Quali sono i principali motivi di questa disaffezione al voto? Anche le differenti leggi elettorali, dal Porcellum delle politiche al doppio turno con preferenze ed elezione diretta del sindaco, non sembrano influire sul tasso di astensionismo.
Ci sono fattori strutturali e fattori contingenti. Strutturale è l’invecchiamento della popolazione. C’è una connessione forte fra l’età e il voto, gli elettori più anziani non vanno più alle urne. Tra i fattori contingenti possiamo elencare l’indebolimento dei partiti, che prima erano in grado di convogliare la partecipazione. L’indebolimento delle ideologie, che ha ridotto le motivazioni. La crescente sfiducia in una classe politica che da vent’anni a questa parte è stata protagonista di numerosi scandali, tali da portare quasi a zero la fiducia degli italiani nella politica. Aggiungiamo anche la rabbia alimentata dalla crisi economica, e l’incertezza per il futuro. Detto questo, se allarghiamo lo sguardo al contesto internazionale ne usciamo ancora bene. Negli Usa alle loro comunali va a votare il 25% degli elettori, e in molti paesi europei la percentuale non raggiunge il 50%. Passando alle politiche, una partecipazione al 75% come quella italiana si riscontra in pochissimi paesi.
Una sua prima analisi, pubblicata dal Sole 24 Ore, si è focalizzata sui 5 Stelle. Lei osserva che il confronto fra le elezioni comunali e le politiche è particolarmente fuorviante per il movimento di Beppe Grillo. Poi guarda alle ultime tre tornate elettorali, dal 2011 ad oggi, e segnala che il M5S è passato dal 4,4% all’8,2% e ora all’11,3%. Infine osserva che, in un quadro generale di volatilità e incertezza, è bene non trarre conclusioni affrettate: nei 5 Stelle c’è stato uno scollamento ma è presto per parlare di declino irreversibile. Secondo lei come devono essere valutate queste, pur parziali, elezioni?
Del Movimento 5 Stelle si è detto. Quanto al Pdl, anch’esso caratterizzato da una figura carismatica, è evidente che Berlusconi è un fattore di mobilitazione così forte da non poter essere sostituito dai suoi candidati alle comunali. Infine c’è il Pd, che deve stare attento a valutare questi risultati. Credo sia pericoloso pensare di aver già superato la crisi di sfiducia emersa con il voto di febbraio. Il risultato di Ignazio Marino è importante. Ma queste amministrative non valgono per modificare gli equilibri profondi del paese. Se si raccoglie il voto di un’area elettorale che non supera il 25, 30%, questo è il segno di una offerta politica ancora inadeguata. Solo per fare un esempio, il Pd non ha ancora mai affrontato la ‘questione settentrionale’.

Il Manifesto – 30.05.13


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