La parola alla politica (che per ora resta muta)

La parola alla politica (che per ora resta muta)

di Bruno Steri -
Non passa giorno che qualcuno non ci ricordi il fatto che viviamo in una fase storica caratterizzata da un avanzato deperimento della qualità della politica: l’Europa e, all’interno di essa, l’Italia costituiscono purtroppo l’epicentro di un tale fenomeno. Qualche giorno fa, ad esempio, un articolo di Paul Krugman (Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2013),  ha argomentato che, nonostante la mancata previsione della crisi e della sua dirompente portata globale, la teoria macroeconomica regge nei suoi fondamentali: una volta corretta la sottovalutazione di alcuni rilevanti dati empirici (in particolare, il peso esponenzialmente accresciuto della finanza-ombra), il quadro teorico ha ripristinato la sua efficacia esplicativa. Su queste basi, Krugman pone un perentorio interrogativo: ma allora da cosa dipende il perpetuarsi ed anzi l’approfondirsi dell’attuale disastro? Risposta: “molto semplicemente è che sono state applicate politiche sbagliate”. Non si può infatti perseguire il rigore di bilancio in un contesto di disoccupazione di massa. Questo hanno fatto i politici, i cosiddetti policymakers. Lo hanno fatto dando retta agli economisti sbagliati (Krugman ne cita tre, in particolare: l’italiano Alberto Alesina, autorevole editorialista del Corriere della Sera, e il duo Reinhart/Rogoff, noti per un pamphlet pieno di errori aritmetici in cui si sostiene che un’intensificazione dell’austerità gioverebbe ai Paesi con debito pubblico superiore al 90% del Pil, cioè il contrario di ciò che la realtà dei fatti sta dimostrando). Lo hanno fatto, assecondando pregiudizi: come ricorda Guglielmo Forges Davanzati (Micromegaonline, 8 maggio 2013), quelli ad esempio del professore tedesco Manfred Neumann il quale, rievocando i drammatici trascorsi della Repubblica di Weimar, crede di individuare nell’iperinflazione il supremo rischio da cui guardarsi (in un contesto in cui il tasso d’inflazione dell’Eurozona è ai minimi storici – all’1,2% – ed è in costante calo, mentre il tasso di disoccupazione viaggia oltre il 12% !).
Una tale descrizione coglie indubbiamente una parte della verità, tuttavia non evidenzia ancora l’essenziale: e cioè il fatto che la classe politica dominante, al pari degli economisti mainstream, agisce al meglio – foss’anche con la mediazione di una concezione del mondo – in vista della tutela di determinati interessi; e a scapito di altri. Per la verità è lo stesso Krugman, in un altro articolo (da Globalist.it, 20 maggio 2013), a sollevare il dubbio che le élites possano vedere “le difficoltà economiche come un’opportunità per costringere a delle ‘riforme’, cioè in sostanza ai cambiamenti da loro desiderati”. Detto fuor di metafora: che “la gente deve soffrire,  se le riforme neoliberiste devono prosperare”. Ciò esemplificherebbe, dunque, l’applicazione di una consapevole strategia di classe. Ma, come si sa, il diavolo fa le pentole, non i coperchi. Disgraziatamente, con buona pace di Adam Smith e della sua “mano invisibile”, non è affatto detto che, perseguendo ciascuno i propri interessi, cresca automaticamente il benessere della comunità (men che meno in una società capitalistica): come vediamo emblematicamente nel caso dell’Unione Europea, gli interessi e gli orientamenti del nucleo forte (Germania su tutti) divergono da quelli dei Paesi della periferia continentale; e l’applicazione delle politiche di Bruxelles accentua la crisi dello stesso progetto europeo. Ciò è ormai attestato da un cospicuo pacchetto di dati. Tra gli altri, lo ha da ultimo ribadito il sopra menzionato Davanzati, rilevando il malumore con cui gli ambienti finanziari tedeschi hanno accolto la recente decisione di Mario Draghi di ridurre il tasso d’interesse dallo 0,75 allo 0,5% per favorire l’erogazione del credito bancario e stimolare gli investimenti: decisione che a Berlino è stata interpretata come una violazione della linea del rigore. Non può sfuggire come, in tale valutazione negativa, si esprima il peculiare interesse dell’industria tedesca, contrapposto a quello delle piccole e medie imprese dei Paesi europei periferici, maggiormente bisognose di un allentamento dei cordoni del credito. Se il flusso del credito riprendesse quota, queste ultime – annota Davanzati – “diventerebbero meno vulnerabili e, dunque, meno esposte a operazioni di acquisizione da parte di capitali ‘forti’ ”.
Una piana descrizione del conflitto intercapitalistico (tra capitali “forti” e “deboli”) in atto all’interno dell’Ue e del contestuale – fin qui improduttivo – tentativo di contenerne i distruttivi effetti sulla tenuta della compagine europea, è stata fatta da Emiliano Brancaccio nel corso del recente seminario su crisi e Europa, organizzato da Rifondazione Comunista. Come si dirà più avanti, a ridosso di una solida batteria di dati e di un’analisi condivisibile, anche qui torna una perentoria domanda sul ‘che fare’ rivolta alla politica (questa volta, a noi comunisti, alla sinistra) e ai suoi specifici compiti: domanda a tutt’oggi inevasa. Dopo aver segnalato la divaricazione nei dati concernenti il tasso di insolvenza delle imprese, cioè la percentuale di bancarotte aziendali (in diminuzione in Germania e nel nucleo forte dell’Ue, in vertiginoso rialzo nei cosiddetti Piigs) e la contestuale accentuazione dei processi di acquisizione di capitali deboli da parte di quelli forti (centralizzazione capitalistica a traino tedesco, con relativa concentrazione geografica di processi produttivi e occupazione), Brancaccio prende in esame l’orientamento principale attraverso cui Bruxelles prova a risolvere tale conflitto e a preservare così l’unità dei Paesi membri: l’idea prevalente, condivisa dalla Bce, è “che nei Paesi periferici si verifichi un colossale abbattimento dei costi del lavoro per unità di prodotto” (secondo la stima del capo economista del Fondo Monetario Olivier Blanchard, dell’ordine del 20/30%). Ciò dovrebbe servire a ridare competitività alle economie dei Piigs, riducendo il loro disavanzo con l’estero (sta qui infatti, e non tanto nel debito pubblico, il vero tallone d’Achille). Il punto è che questa strategia non sta affatto dando i risultati sperati: in Grecia, tra il 2008 e il 2012, si è registrato un crollo dei salari reali di oltre 18 punti percentuale, ma si è chiuso comunque il 2012 con un disavanzo verso l’estero di 3 punti. Nonostante un abbattimento del costo del lavoro e politiche di austerity senza precedenti, la situazione dell’economia ellenica è andata peggiorando: su scala ridotta, tale indesiderata catena causale è confermata per tutti i Paesi periferici, Italia compresa. Insomma, nell’attuale contesto, il conflitto intercapitalistico sembra destinato a non rientrare, mentre i popoli continuano ad andare alla deriva. La relazione di un’altra economista presente al suddetto seminario, Antonella Stirati, ha precisato i dati di questa catastrofe economica e sociale, in relazione al nostro Paese: le manovre approvate dai due ultimi governi di Berlusconi e Monti valgono per il triennio 2012/2014 (tra minori spese e maggiori entrate) 129 miliardi di euro; che, secondo le diverse stime, si tradurranno tra il 2012 e il 2016 in una caduta del Pil che va dall’8 al 15%. La stima più prudente è quella di Citigroup, che prevede per l’Italia una diminuzione annua dell’1,5%. A ciò bisogna aggiungere che, cadendo il Pil, diminuiscono le entrate fiscali e peggiora il famigerato rapporto debito/Pil: con la conseguente prospettiva di incorrere nelle sanzioni Ue.
La previsione di Brancaccio – ormai condivisa dalla maggior parte degli economisti marxisti e keynesiani, su questo “uniti nella lotta” – è che, permanendo una tale situazione e persistendo le   suddette politiche, l’Unione non potrà reggere. Il paradosso è che, per salvare il progetto di un’Unione Europea, occorre abbattere l’attuale Unione Europea. Che fare, dunque? Precisando quanto detto e scritto altrove, Brancaccio liquida seccamente un’ormai annosa discussione: “E’ incredibile che si sostenga che fuori dall’euro sarebbe l’inferno, poiché l’inferno è già qui ed ora; ma è altrettanto incredibile che si pensi che fuori dall’euro sarebbe il paradiso (una verifica storica ci dice che un’uscita dall’euro, unilaterale e senza paracadute, comporterebbe una caduta dei salari reali tra il 10 e il 30%). E’ questa una dualità anti-dialettica che impedisce di discutere: cretinismi”. Come suggeriscono i compagni francesi del Front de Gauche, bisognerebbe a questo punto rifiutare di dare ancora sangue all’Europa neoliberista e utilizzare tutte le risorse disponibili per uno sviluppo industriale innovativo, socialmente e ambientalmente sostenibile: in poche parole, disobbedire ai Trattati (in particolare, al Fiscal compact e al Two Pack, cioè a quelli che mettono nelle mani dei tecnocrati di Bruxelles le chiavi della politica fiscale italiana, ). Facile a dirsi, più difficile a farsi. Ciò infatti comporterebbe automaticamente sanzioni da parte dell’Ue e, soprattutto, l’immediata reazione della Bce, guardiana dei flussi continentali del debito e del credito. Mario Draghi è stato in proposito chiarissimo: violazioni delle regole non sono ammesse, pena la chiusura di qualsiasi ombrello protettivo comunitario. Nel caso di una rottura traumatica, si tratterebbe quindi di trovare forme di autotutela, misure anti-speculazione, sul piano nazionale o in sinergia con altri Paesi periferici: ad esempio provvedimenti che incentivino la rinazionalizzazione del debito, libera circolazione di titoli pubblici con possibilità di utilizzarli per il pagamento delle imposte, forme di protezione dei redditi più bassi, limitazione del flusso di capitali verso l’estero.
Sin qui gli economisti. Si può discutere sull’interpretazione da dare a questo o quel dato, sull’esistenza o meno di spazi di contrattazione e di gestione congiunturale. Ciò che non pare discutibile è la tendenza generale verso il peggio, essendo peraltro già immersi nel peggio. Il punto ora è: chi, quale soggetto politico dovrebbe farsi carico del ‘che fare’? In altre parole, la questione dirimente, a valle dei dati, è tutta politica. La pone in termini crudi lo stesso Brancaccio, a chiusura del suo intervento: “Se gli eventi (per un motivo o per un altro) dovessero precipitare, i dirigenti della sinistra sarebbero in grado di mobilitare le masse quanto meno per un’indicizzazione dei salari e per il ritorno a prezzi amministrati dei beni essenziali? Almeno queste due cose sarebbero in grado di imporle?”. Drammaticamente, la risposta è no. Stiamo parlando infatti di esiti che solo una sinistra anticapitalista forte potrebbe essere in grado di gestire. Purtroppo un tale soggetto politico è precisamente quello che nel nostro Paese latita. Lo sa bene Alfonso Gianni, intervenuto nella discussione seminariale citata: “Queste sono tutte misure di governo. Chi dovrebbe farle? Purtroppo la nostra forza è solo immaginata, anche se desiderata”. Gianni affida le sorti della sinistra ad una ripresa del movimento di massa in Europa: la costituzione per il 2014 (anno delle elezioni europee) di una “rete dei movimenti” che nel continente riapra uno spazio all’opposizione. Egli pone una condizione certo necessaria (la ripresa del conflitto su scala europea), ma non sufficiente: compito specifico della politica è infatti dare risposta qui in Italia all’urgenza di una soggettività politica strutturata e all’altezza del compito.
In questo senso, chiudo con un ultimo interrogativo: nel nostro Paese, la politica (a sinistra) ha fatto tutto quello che c’era da fare per superare l’impasse? La mia risposta è no. A tutt’oggi, non c’è un’opposizione coordinata al “governo del Presidente” (nessuna unità d’azione, ciascuno fa per sé e Grillo per tutti…); non c’è un polo strutturato che riunisca le forze della sinistra antiliberista (e qui le responsabilità di quanti in Sel non vorrebbero morire di centro-sinistra sono enormi); non c’è infine un riferimento organizzato e unificato dei comunisti (cosa francamente incomprensibile). Nel frattempo, nel mio piccolo provo a salvaguardare, a tutelare le risorse di Rifondazione, che è il mio partito. Sperando che dagli imminenti congressi di Prc e Pdci possa sortire qualche buona notizia.

1 Commento

  1. “Quando in un Paese esistono i partiti,
    ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile
    intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un
    partito e stare al gioco.

    Chiunque si interessi alla cosa pubblica desidera
    interessarsene efficacemente.
    Così, chiunque abbia un’inclinazione a
    interessarsi al bene pubblico o rinuncia a
    pensarci e si rivolge ad altro, o passa dal
    laminatoio dei partiti.

    Anche in questo caso sarà preso da preoccupazioni che
    escludono quella per il bene pubblico. I
    partiti sono un meraviglioso meccanismo
    in virtù del quale, in tutta l’estensione di
    un Paese, non uno spirito dedica la sua
    attenzione allo sforzo di discernere, negli
    affari pubblici, il bene, la giustizia, la
    verità.

    Ne risulta che – eccezion fatta per
    un piccolo numero di coincidenze fortuite
    - vengono decise e intraprese soltanto
    misure contrarie al bene pubblico, alla
    giustizia e alla verità.

    Se si affidasse al
    diavolo l’organizzazione della vita
    pubblica, non saprebbe immaginare
    nulla di più ingegnoso”.

    Simone Weil,
    Manifesto per la soppressione dei partiti politici

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