Lubiana di lotta (comunista) e di governo

Lubiana di lotta (comunista) e di governo

Stefano Lusa -
Se Tito fosse tornato per un attimo in vita e se lo avessero portato sabato sera al palazzetto dello sport di Lubiana avrebbe certamente gioito. Avrebbe pensato che il socialismo aveva retto anche dopo la sua morte e che i «valori» e le «conquiste» della sua rivoluzione continuano ad essere amorevolmente coltivati dal popolo e dagli esponenti politici.
Oltre 10.000 persone assiepate sugli spalti, per quattro ore di serrato concerto, all’insegna dei canti della Resistenza, non evitando quelli con espliciti riferimenti alla rivoluzione comunista e nemmeno i richiami a Tito. In programma persino uno degli inni ufficiosi del precedente regime: Racunajte na nas (Contate su di noi), di Ðorde Balasevic, un testo che esalta l’ardore rivoluzionario e l’attaccamento delle giovani generazioni dell’allora Jugoslavia socialista. Oggi nemmeno il noto cantante serbo sembra andare troppo fiero di quel suo successo.
In prima fila i vertici dello Stato: il presidente della Repubblica, Borut Pahor, il capo del governo Alenka Bratusek, il presidente della Corte costituzionale Ernest Petric e altri esponenti di spicco della vita politica slovena. Alla fine tutti in piedi sulle note dell’Internazionale, in un tripudio di stelle rosse, berretti partigiani e di magliette con l’effige di Tito.
Riscoperta della resistenza
È stato questo l’epilogo della paradossale Giornata della Resistenza festeggiata in Slovenia senza una cerimonia ufficiale. In assenza della solita noiosa manifestazione statale la classe politica ha fatto a gara per presenziare al concerto del coro partigiano «Pinko Tomaic» di Trieste e di un ricco numero di star del panorama musicale nazionale.
I coristi triestini hanno celebrato, così, con uno spettacolo che sembrava uscito dai primi anni Settanta, i loro 40 anni d’attività. Nei mesi scorsi avevano già fatto alcuni concerti a Lubiana, dove avevano registrato il tutto esaurito. Da lì era nata l’idea di replicare lo spettacolo nel nuovissimo palazzetto dello sport di Stoice e di farlo proprio in occasione della Giornata della Resistenza.
All’epoca Boris Kobal, un noto comico sloveno di origine triestina, aveva voluto esplicitamente ringraziare quello che aveva definito lo sponsor generale della manifestazione, l’allora capo del governo Janez Jansa: «Finché c’è lui al potere abbiamo garantito il successo di simili iniziative».
Va detto che riempire il palazzetto dello sport di Lubiana, facendo anche pagare i biglietti, non è una cosa semplice a meno che a suonare non sia qualche rock star di fama internazionale. In questi ultimi mesi di proteste di piazza in Slovenia, però, c’è stata una vera e propria riscoperta della musica della Resistenza. Il coro femminile delle Kombinat, che anch’esso è salito sul palco sabato, è stato addirittura per settimane ai vertici delle classifiche degli album più venduti in Slovenia. Proprio le loro canzoni sono diventate la colonna sonora delle proteste.
Via Jansa, finite le proteste
Il concerto del coro triestino, quindi, avrebbe potuto, in qualche modo, essere l’epilogo della cosiddetta V Insurrezione popolare slovena. Una manifestazione anticasta era stata infatti programmata proprio il 27 aprile a Lubiana e faceva seguito a una serie di proteste che erano partite da Maribor e che poi avevano portato in piazza, lo scorso febbraio, ben 20.000 persone. Questa volta, però, la partecipazione popolare è stata poco significativa. Gli stessi organizzatori hanno dovuto ammettere, loro malgrado, il ruolo di catalizzatore, per la contestazione, che era riuscito a svolgere proprio Janez Jansa.
L’ex premier, che gode della fiducia incondizionata dei suoi sostenitori, viene visto dalla gran parte del centrosinistra come un diabolico principe delle tenebre. Uscito di scena sembra che le ragioni per protestare siano venute meno, anche se il nuovo governo Bratusek non pare intenzionato a cambiare sostanzialmente la politica del rigore impostata dal precedente esecutivo.
I politici di centrosinistra del resto non sembrano avere molto spazio di manovra, visto quanto sta accadendo sui mercati internazionali e la speculazione finanziaria che ha colpito la Slovenia. Hanno capito, però, che se non possono cambiare i provvedimenti d’impronta neoliberista, che vengono loro imposti da Bruxelles, possono almeno cantare le canzoni care ai loro elettori.
Il premier canta Bandiera rossa?
Il presidente Borut Pahor, la mattinata del 27 aprile, non ha mancato di invitare nel suo palazzo il coro partigiano di Trieste, per consegnare ai coristi un’alta onorificenza. Uscito dalla cerimonia, il coro ha fatto tappa alla protesta anticasta, dove ha cantato tra le ovazioni dei presenti alcune canzoni, poi ha dato appuntamento, a tutti coloro che erano in piazza, al concerto in programma la sera al palazzetto dello sport.
Lì alla casta politica slovena di centrosinistra è stata riservata la prima fila e nessuno è sembrato voler mancare. Hanno dispensato larghi sorrisi ed hanno applaudito anche quando qualche artista ha lanciato loro alcune frecciate, o quando un cantante ha finito il suo pezzo sventolando la bandiera con il pugno chiuso della cosiddetta Insurrezione popolare. Non si sono scomposti nemmeno davanti al fuori programma di una poco elegante benedizione impartita da un falso vescovo, che, senza alcun controllo, dopo essersi potuto sedere tra il pubblico così agghindato, non ha avuto alcun problema ad arrivare davanti al palco.
Dagli schermi del grande palazzo dello sport si è anche potuto vedere il primo ministro, Alenka Bratusek, in un elegante vestitino rosso, che pareva canticchiare «Bandiera rossa». Lei, assieme alle altre cariche dello Stato, non si è persa un solo istante del concerto.
Per il suo governo questi sono giorni difficili. L’esecutivo è alle prese con il Programma nazionale di riforme, che fa propri i suggerimenti arrivati dall’Ue e dai mercati internazionali. Resta da ultimare, e da consegnare a Bruxelles entro il 9 maggio, il Programma di stabilità che prevede il piano concreto degli interventi da prendere per arginare la crisi, e tra di essi non potranno mancare i tanto spesso citati tagli alla spesa pubblica.

Il Manifesto – 03.05.13

18 Commenti

  1. Non è la gente che ci schiva, ma siamo noi che non lo vogliamo spiegare.
    E’ meglio parlare di realtà che si conoscono, non per sentito dire. Solo per precisare all’est, dove i partiti comunisti possono fare attività sono molto forti. Dove non è loro ancora permesso ufficialmente, sono molto presenti in altri partiti di tipo socialdemocratico (come in Slovenia).
    Riguardo all’articolo: certo è fuorviante, ma nel senso che voleva ironizzare un po’ sul governo di centro sinistra. Ma chi se ne frega. Tanto se si accettano i vincoli del capitalismo finanziario, centro destra e centro sinistra, siamo lì.
    Ma è anche fuorviante con l’ironia sul pubblico partecipante. Ma perché?
    Tanto è vero ugualmente che ci sono tanti “nostalgici” della ex Jugoslavia.

    • pure in italia ci sono i nostalgici…del fascismo.
      Che vuol dire ? Che era meglio il fascismo della democrazia parlamentare ?
      Cmq il senso del mio discorso era che l’articolista ha scambiato la cortesia
      della classe dirigente slovena (presidente e prima ministra) per accondiscendenza al comunismo.
      Sono socialdemocratico e liberaldemocratica, praticamente anche lì una “grande coalizione”, solo che hanno rispetto per gli anziani e per i nostalgici (e sono intelligenti) ed invece di caricarli a manganellate partecipano alla festa e cantano. In poche parole li fanno “cornuti e contenti”

      • Hai notato che ho messo nostalgici virgolettato, e poiché credo tu sia intelligente, hai capito benissimo.
        Comunque: i nostalgici del fascismo sono una cosa, i nostalgici della gioventù, purtroppo trascorsa, sono un’altra cosa, i nostalgici di un amore che non c’è più, un’altra ancora… i nostalgici di una realtà che forse non li soddisfaceva, ma che ora si rendono conto di essere in condizioni esistenziali peggiori, un’altra ancora.

    • Coloro che mettono alla pari i nostalgici fascisti con i “nostalgici” della Jugoslavia di Tito,sono solo fascisti.Tito ha vinto e unito in federazione tante nazioni contro il criminal fascismo.Quello che è successo dopo la sua morte fiumi di sangue sono stati versati per imporre l’imperial capitalismo,ma per i fascisti queste sono quisquiglie.

      • CRONOLOGIA DELLA GUERRA

        1991

        30 marzo 1991: barricate nel Parco di Plitvice (Krajna) in Croazia con furiosi scontri a fuoco tra Serbi e Croati.

        12 maggio 1991: la Croazia elabora un progetto d’indipendenza e la Krajna (regione della Croazia a maggioranza serba) risponde con un referendum per l’indipendenza dalla Croazia.

        19 maggio 1991: referendum per l’indipendenza della Croazia: vincono i Sì (94%).

        I dodici della CEE e gli USA dichiarano che non riconosceranno la secessione della Croazia.

        Così la Serbia si sente ancor più legittimata ad intervenire militarmente contro la Croazia. Gli Europei hanno cercato di salvaguardare l’unità della Federazione, ma non hanno preso atto che la realtà era ben diversa.

        Austria, Germania e Vaticano riconoscono invece la Croazia.

        25 giugno 1991: Slovenia e Croazia si dichiarano indipendenti dalla Federazione Jugoslava.

        USA e CEE condannano la secessione.

        Belgrado (capitale della Federazione Jugoslava situata in Serbia) respinge l’indipendenza degli Stati federati di Slovenia e Croazia.

        Tudjman (Presidente croato) dichiara di non riconoscere la comunità serba in Croazia.

        28 luglio 1991: l’esercito federale interviene in Croazia: scontri con centinaia di morti.

        5 settembre 1991: la Macedonia si dichiara indipendente.

        27 settembre 1991: l’ONU invia una forza di pace nell’ex-Jugoslavia.

        Dicembre 1991: i Serbi della Kranja dichiarano l’indipendenza dalla Croazia (di cui farebbero parte come regione).

        1992

        15 gennaio 1992: i Paesi della CEE riconoscono Slovenia e Croazia.

        27 febbraio 1992: la febbre dell’indipendentismo si allarga alla Bosnia.

        I Serbi di Bosnia proclamano la Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, dopo avere tentato di impedire il referendum sull’indipendenza.

        29 febbraio 1992: referendum sull’indipendenza in Bosnia-Erzegovina; i favorevoli vincono a grandissima maggioranza.

        I nazionalisti serbi erigono barricate a Sarajevo.

        Una grande manifestazione popolare spontanea a cui partecipano tutti i Saravejesi (Croati, Serbi, Musulmani, Ebrei, Jugoslavi), contro la guerra e per l’unità multietnica, smantella le barricate.

        Va detto che a Sarajevo in quel momento non vi era un esercito bosniaco, ma solo la Polizia.

        NOTA:

        Il referendum in Bosnia è un passaggio decisivo nella storia del conflitto Jugoslavo.

        I “geopolitici” ritengono che non si possa decidere a colpi di referendum la natura di uno Stato dove vivono tante minoranze (nel 1991: 45,8% musulmani, 31,4% serbi, 17,3% croati, 5,55 altri). Ogni decisione doveva essere presa di comune accordo e con l’avvallo dei grandi protettori, Serbia e Croazia, pena lo scoppio della “guerra civile”.

        In realtà le decisioni erano già state prese: Croazia, Slovenia, Macedonia indipendenti, Serbia persa dietro al grande sogno della Grande Serbia. Che destino aveva la Bosnia? Solo uno, già scritto da Tudjiman (Presidente della Croazia) e Milosevic (Presidente della Serbia): lo smembramento a favore dei due grandi nazionalismi. Poteva esserci un’altra possibilità: il riconoscimento internazionale di una Bosnia indipendente con una garanzia militare dei suoi confini.

        Alla data del referendum non esiste ancora una forza armata bosniaca.

        Appena un mese dopo il referendum la CEE riconosce ufficialmente la Bosnia.)

        I Musulmani, preoccupati di fare una brutta fine, chiedono agli Europei di proteggerli come stato autonomo.

        La CEE e l’ONU sembrano fornire le garanzie di protezione richieste dai Bosniaci.

        Marzo: l’esercito federale circonda Sarajevo (ufficialmente per difendere la città).

        2 aprile 1992 Mostar: guerra tra Serbi e Croati; questi ultimi arruolano con loro i Musulmani di Mostar.

        4 aprile 1992: Itzerbegovic (Presidente Bosniaco) afferma che in Bosnia non vi sarà guerra, per la tradizione di convivenza, i matrimoni misti, la mescolanza di religioni.

        6 aprile 1992: la CEE riconosce la Bosnia e Sarajevo si sveglia assediata.

        Aprile 1992: i Serbi (esercito) entrano a Sarajevo ed inizia la resistenza.

        Maggio 1992: il bombardamento della città è ininterrotto. CEE, CRI, ONU lasciano la Città.

        Maggio 1992: la Bosnia-Erzegovina entra a far parte dell’ONU.

        Maggio 1992: l’ONU vota l’embargo a Serbia e Montenegro ritenute responsabili della guerra in Bosnia (si astengono Cina e Zimbabwe).

        Agosto 1992: scoperti i primi lager, prime notizie di stupri e atrocità.

        Agosto 1992: il Papa sostiene il diritto-dovere di ingerenza in Bosnia per disarmare chi uccide.

        22 settembre 1992: l’Assemblea Generale dell’ONU espelle la Jugoslavia (fatto senza precedenti). La Jugoslavia non esiste più, anche ufficialmente, come Stato. La federazione serbo-montenegrina dovrà inviare domanda d’ammissione.

        Novembre 1992: nella Bosnia centrale i Croati iniziano una pulizia etnica contro i Musulmani, del tutto simile a quella dei Serbi. Intanto i fronti militari serbo-croati tacciono: le energie dei Serbi e dei Croati si uniscono e si concentrano contro la Bosnia-Erzegovina e i Musulmani (i Croati in Erzegovina, i Serbi in Bosnia).

        Dicembre 1992: 500 pacifisti entrano a Sarajevo.

        1993

        Gennaio ’93: a Ginevra viene presentato il piano di pace Vance-Owen: divisione della Bosnia in 10 province “etniche”. E’ la legittimazione internazionale dell’intolleranza e della separazione dei Bosniaci su base “etnica”.

        Maggio ’93: i Croati si concentrano contro i Musulmani. Torture, esecuzioni e violenze vengono compiute dai Croati a Mostar contro i Musulmani, che perdono tutto: case, vestiti, mobili e soldi.

        Nel frattempo la guerra tra Serbi e Croati sembra fermarsi, come se vi fosse già da allora (c’è chi sostiene che realmente vi era) un accordo tra Serbi e Croati per eliminare i Musulmani e spartirsi la Bosnia-Erzegovina.

        1994

        Gennaio ’94 e oltre: la guerra e le stragi proseguono.

        Marzo ’94: Croati e Musulmani firmano un accordo, voluto dagli USA, per una confederazione in Bosnia e la smilitarizzazione di Mostar.

        Agosto ’94: il governo di Belgrado (Serbia) nella speranza di un alleggerimento dell’embargo, rompe le relazioni col governo filo-serbo creato dai Serbi di Bosnia a Pale e chiude la frontiera.

        I Serbi di Pale con un referendum (90%) respingono il piano Vance-Owen.

        Settembre ’94: il Senato USA dà il via libera alla revoca dell’embargo delle armi per i Bosniaci.

        Dicembre 94: con la mediazione americana Serbi e Bosniaci siglano una tregua di 4 mesi (gennaio-aprile) nei quali il gruppo di contatto (Usa, Russia, Germania, Francia, Inghilterra) dovrà studiare e proporre una soluzione definitiva.

        1995

        Marzo ’95: la tregua non tiene , ma i caccia della NATO non intervengono.

        Maggio ’95: si riaccende il conflitto serbo-croato, i Croati ben riforniti ed addestrati rioccupano nell’estate i paesi della Slovenia, la Krajna e la sacca di Bihac.

        Luglio ’95: Mladic (capo militare dei Serbi di Bosnia) conquista Srebrenica e Zepa e separa le donne, i vecchi e i bambini dagli uomini; 7.000 uomini scompaiono nelle fosse comuni.

        Né l’ONU, né la NATO intervengono.

        Agosto ’95: 200.000 Serbi lasciano la Krajina e si rifugiano in altre zone: alcuni a Banja Luka e molti altri in Serbia.

        Delitti e violenze vengono compiuti contro i profughi.La ricomparsa dei Croati sulla scena della guerra fa tornare all’ordine del giorno l’inquietante realtà dei piani di spartizione della Bosnia tra Serbia e Croazia.

      • Tokaca: Al 15 dicembre di quest’anno, sull’elenco si trovano 93. 837 nomi, di civili e di soldati, bosgnacchi, croati, serbi e gli altri. Fra essi ci sono 63. 687 bosgnacchi, 24. 216 serbi, 5. 057 croati e 877 altri. Inoltre, il numero dei nomi negli ultimi due mesi è cresciuto di 2.000: molti non capiscono che questa è la base di un progetto che non finisce mai. Entro la fine di marzo noi dovremmo terminare il progetto, consegnare i rapporti, ma quella non sarà la sua fine. Se entro marzo dovessimo avere sulla lista, per esempio, altri 5.000 nomi, è ovvio che non sospenderemo il progetto.

        Tokaca: Nella nostra ricerca il territorio del paese viene diviso in sei regioni: Podrinje, Pounje, Posavina, Bosna, Vrbas e Hercegovina, perché all’epoca il paese era diviso in questo modo. Analizzando questi dati, abbiamo stabilito anche la distribuzione temporale delle morti, cioè abbiamo risposto alla domanda se la morte accadeva uniformemente oppure no dal 1992 al 1995; nella ricerca che ho fatto per esigenze del Tribunale si vede che, per esempio a Podrinje la maggior parte delle persone sono state uccise nei quattro mesi del 1992, fra aprile e agosto. Poi c’è una grande calma, dopo di che accade Srebrenica. Nelle vittime militari la distribuzione temporale delle morti è completamente diversa. Tutta un’altra cosa è la distribuzione temporale delle vittime civili, per esempio tutti colleghiamo Srebrenica con il luglio 1995, ma là non c’era solo la gente di Srebrenica, c’era tanta gente di Zvornik, Vlasenica, Bratunac, che era arrivata a Srebrenica, e là la storia si è conclusa in una forma condensata. Questi studi dimostreranno la struttura relativa al sesso e alla età delle vittime: abbiamo già pubblicato gli studi sul numero dei bambini uccisi nei quattro comuni nominati nella Bosnia orientale dai quali si vede che nel 1992 sono stati uccisi 427 bambini, nel 1993 sono stati uccisi 80 bambini, nel 1994 quattro e nel 1995 – 731 bambini.
        …..

        • l regime di Tito viene ritenuto colpevole di crimini contro l’umanità come:

          massacro di Bleiburg e le stragi sommarie di circa 12.000 ex miliziani anticomunisti sloveni (domobranci) nel giugno 1945;
          Fossa comune di Tezno, teatro di un massacro avvenuto poco dopo la fine della seconda guerra mondiale;
          le persecuzioni anti-italiane e i massacri delle foibe definiti dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano come pulizia etnica[senza fonte] nelle regioni a ridosso del confine italo-jugoslavo che causarono la tragedia dell’esodo giuliano dalmata. Questi ultimi massacri si verificarono poco dopo la fine della guerra e si cercarono di spiegare come vendetta dei partigiani contro i fascisti, ma nella realtà furono attuate contro tutti coloro che rappresentavano o potevano rappresentare, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, lo Stato italiano in quelle terre (Istria e Trieste) che il nuovo regime comunista jugoslavo rivendicava apertamente. A conferma di un’autentica campagna d’intimidazione contro gli italiani, vi sono anche le affermazioni di Milovan Gilas, vice capo del governo e segretario della Lega dei Comunisti di Jugoslavia che, in un’intervista rilasciata a Panorama il 21 luglio 1991, ammetteva senza giri di parole: “Ricordo che io e Kardelj (dirigente del partito comunista sloveno, ndr) andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alle autorità alleate che quelle terre erano jugoslave e non italiane. Certo che non era vero. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via, con pressioni di ogni tipo. Così fu fatto.”;
          pulizia etnica contro cittadini di etnìa tedesca;[40]
          massacro di Bačka ossia pulizia etnica contro cittadini di etnia ungherese e tedesca nonché pulizia politica contro serbi anticomunisti;
          massacri di Kočevski rog ordinati per rappresaglia contro miliziani anticomunisti sloveni in maggioranza nonché croati e serbi;
          i soprusi e le uccisioni perpetrati tra il 1945 e 1955 in vari campi di concentramento (quali Teharje in Slovenia e Goli Otok in Croazia) contro oppositori politici.
          repressione, crimini e uccisioni contro sacerdoti e membri della Chiesa ortodossa serba e delle altre comunità cristiane nel periodo 1941-1948

          Sono numerose le critiche a Tito. Tra le maggiori risalta l’accusa di democidio fattagli da alcuni accademici come Rummel. Infatti Rudolph Joseph Rummel ritiene che oltre 1.072.000 Jugoslavi siano morti per colpa diretta od indiretta di Tito tra il 1944 ed il 1987

    • CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

      Perché la Guerra?

      Jugoslavia significa: Terra degli Slavi del sud.

      E’ un luogo comune sostenere che i popoli della ex-Jugoslavia si siano odiati e combattuti per secoli. Hanno fatto né più né meno quello che nella storia fecero Francesi ed Inglesi.

      E’ un altro luogo comune sostenere che fosse inevitabile il degenerare della situazione jugoslava in guerra.

      Si poteva arrivare ad una (inevitabile) separazione tra gli Stati anche pacificamente e nel rispetto dei diritti umani. L’ONU, la Unione Europea, la Russia, sapevano che questo obiettivo era raggiungibile,

      ma non hanno avuto la forza e soprattutto la volontà di perseguirlo.

      Nel 1985 con l’ascesa al potere di Gorbaciov anche nella Federazione Jugoslava si iniziano a mettere in discussione i privilegi del P.C. Jugoslavo.

      Nel 1990 sparisce la Lega dei Comunisti che teneva legati tutti gli Stati federati. Nascono all’interno dei singoli Stati partiti con spiccato riferimento etnico-nazionalista.

      Nelle prime libere elezioni tenute tra il ’90 e il ’91 vi è un’accesa lotta politica tra partiti che fanno delle differenze etniche la loro bandiera.

      Questo scontro si inserisce in una profonda crisi economica che contribuisce ad accendere gli animi.

      Gli schieramenti non si confrontano su basi politiche e di princìpi, ma su basi etniche. Prevale l’accusa reciproca tra i gruppi etnici di essere la causa del degrado e della crisi economica.

      La Slovenia è stata la prima regione a dichiarare la propria indipendenza.

      Se l’esercito serbo (il 4° come potenza in Europa) avesse voluto impedire la secessione slovena non avrebbe avuto difficoltà ad intervenire.

      La Croazia seguì la Slovenia sulla via dell’indipendenza; in caso contrario sarebbe stata schiacciata dalla potenza predominante della Serbia.

      Quest’ultima in realtà voleva approfittare di queste secessioni per realizzare il sogno della Grande Serbia, da costruire sulle rovine della ex-Jugoslavia, annettendosi tutto ciò che restava del vecchio Stato Federale.

      In realtà si ritiene che esistessero già, fin dall’inizio della disgregazione dello Stato Federale, piani di spartizione tra Slovenia, Croazia e Serbia, a tutto discapito della Bosnia e delle altre regioni minori.

      L’esplodere del conflitto, paradossalmente, non era preventivato; l’esercito federale all’inizio doveva fare solo da sentinella perché la situazione non degenerasse e non prendesse direzioni diverse da quelle previste.

      Alcuni quadri militari però vollero intervenire con le armi.

      Vi furono quindi i primi scontri armati. Le varie etnie furono sobillate dagli estremisti nazionalisti (i Cetnici in Serbia e gli Ustascia in Croazia) che le spingevano a rivoltarsi le une contro le altre. Spesso venivano riferite false notizie di atrocità commesse da un’etnia contro l’altra per scatenare l’odio razziale.

      I Cetnici (Serbi) e Ustascia (Croati) non hanno agito come una frangia di estremisti ma con l’appoggio delle forze politiche al potere in Serbia ed in Croazia.

      Lo scopo finale perseguito dai Serbi e dai Croati era quello della “pulizia etnica” , della persecuzione del “diverso” e, se possibile, della sua soppressione.

      Le principali vittime di questa guerra sono stati i Musulmani di Bosnia contro i quali si è accanita la ferocia dei Serbi (come a Sarajevo) e dei Croati (come a Mostar).

      La Bosnia ha una tradizione di convivenza multietnica e di tolleranza che non ha eguali in nessuna regione della ex-Jugoslavia.

      Sarebbe un errore identificare i Musulmani di Bosnia con i loro cugini integralisti dell’Iran o di altri stati confessionali.

      A prescindere dagli accordi di pace che si stanno cercando di realizzare, è un dato di fatto che Croati e Serbi non vogliono che esista nel cuore della ex-Jugoslavia una Bosnia multietnica.

      Essa rappresenta la memoria vivente e la storia di una Jugoslavia che la ferocia dei nazionalismi ha cercato e sta cercando di cancellare.

      Preservare la Bosnia come realtà multietnica sarebbe l’unico vero trionfo della democrazia e della tolleranza contro i nazionalisti che hanno usato spesso i metodi dei nazisti.

      Gli stessi piani di pace, per alcuni inevitabilmente, non fanno che prendere atto della omogeneizzazione delle varie zone in cui la ex-Jugoslavia dovrà essere spartita: i Serbi da una parte,

      i Croati e i Musulmani dall’altra. Questi ultimi due popoli sarebbero tenuti uniti più che dalla loro volontà, dal volere degli Stati Uniti e degli altri Stati Europei che negoziano la Pace.

      I Bosniaci sanno bene che i Serbi da una parte e i Croati dall’altra cercheranno comunque , prima o poi, di schiacciarli, facendoli sparire o riducendoli ad una minoranza soffocata dal loro potere.

      In realtà, “pace” è una parola terribile, quando:

      quelli che prima vivevano come fratelli ora sono divisi;
      le case usurpate non vengono restituite;
      i cimiteri sono pieni di morti;
      i colpevoli non vengono puniti.

      • Volendo una ricerca la posso fare anch’io. Ma non ci perdo tempo. Decontestualizzare è politicamente e intellettualmente disonesto. Le Foibe sono state dei crimini, conseguenza di altri crimini, molto più grandi, e quindi di gran lunga molto più gravi. Crimini commessi in lungo ed in largo dai nazisti e dai fascisti in guerra di aggressione ai popoli slavi. Ovviamente anche i partigiani in Italia, magari non è giusto ma è inevitabile, dopo oltre 45.000 morti e 20.000 mutilati, hanno commesso qualche vendetta.
        Le ricerche sono parecchie, e non è che si fa una gran fatica a trovarle su internet. E magari arrivano, quelle serie, a risultati diversi.

      • caro forse, invece di fare copia e incolla da pallosissimi siti liberali ti pongo una domanda.
        Se bossi, ai bei tempi dell’assalto del campanile di san marco, avesse cominciato a far sparare le sue camicie verdi sugli italiani, tu due carri armatini che fossero due, non glieli mandavi?

  2. comunque noto nell’articolo del manifesto una certa acredine….
    Non posso non sorridere pensando ai cari compagni eretici della redazione con le eruzioni cutanee e la rosolia, nel vedere tanta gente che rimpiange il tanto vitupererato socialismo dei padri.

  3. Bello questo articolo, ma fuorviante.
    La Slovenia ha eletto presidente Borut Pahor, un socialdemocratico
    ed un capo del governo, la prima donna primo ministro sloveno, Alenka Bratusek di “slovenia positiva” un movimento liberaldemocratico.

    Quindi, dal 1991 dopo la liberazione e la dichiarazione d’indipendenza dall’urss, la slovenia si è occidentalizzata , è entrata in europa e dal 2008 adotta come moneta l’Euro,
    E’ lontana anni luce dal comunismo, anche se molto diplomaticamente hanno preso parte e cantato qualche vecchio inno tutta la classe dirigente, questo non deve far credere che in slovenia ci siano rigurgiti di comunismo.
    Questo è l’errore in cui ricade ogni tanto rifondazione: noi dobbiamo tagliare i ponti con il comunismo vecchia maniera ed impostare un discorso di sinistra democratica all’interno della nostra costituzione.
    Io abbandonerei la parola comunista in favore di una Sinistra Italiana o qualcosa del genere.
    Comunista fa sempre pensare male e la gente ci schiva come la peste, è ora di portare questo argomento al congresso una volta per tutte

    • si peccato che la slovenia faceva parte della jugoslavia e non della slovenia….. madò salvatò manco la treccani…..

      • ERRATA CORRIGE:

        si peccato che la slovenia facesse parte della jugoslavia e non della URSS….. madò salvatò manco la treccani….

        • e vabbè ho sbagliato, che sarà mai, volevo dire yugoslavia, ma la sostanza è la stessa cmq

          • e mica tanto… il sistema titoista era un’abisso diverso da quello sovietico.
            Tanto e vero che la jugoslavia non faceva parte del comecon, non era considerata paese oltrecortina, era relativamente facile da visitare, aveva un’economia mista e stava nel blocco non allineati.
            informiamoci per favore……. e wikipedia non basta—

    • Caro Salvatore,ma perchè dovremmo ABBANDONARE L’AGETTIVO COMUNISTA,DI CHE COSA DOVREMMO VERGOGNARCI,DIMMI TU.SOLO CON UN GRANDE PARTITO COMUNISTA POTREMMO FARE QUALCOSA.

    • gianni savini

      é vero Sarvatò, ‘npoi capì quanti regazzini me sò magnato e pe queto che la gente ce schiva.. ma siamo seri.

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