Lubiana di lotta (comunista) e di governo

Lubiana di lotta (comunista) e di governo

Stefano Lusa -
Se Tito fosse tornato per un attimo in vita e se lo avessero portato sabato sera al palazzetto dello sport di Lubiana avrebbe certamente gioito. Avrebbe pensato che il socialismo aveva retto anche dopo la sua morte e che i «valori» e le «conquiste» della sua rivoluzione continuano ad essere amorevolmente coltivati dal popolo e dagli esponenti politici.
Oltre 10.000 persone assiepate sugli spalti, per quattro ore di serrato concerto, all’insegna dei canti della Resistenza, non evitando quelli con espliciti riferimenti alla rivoluzione comunista e nemmeno i richiami a Tito. In programma persino uno degli inni ufficiosi del precedente regime: Racunajte na nas (Contate su di noi), di Ðorde Balasevic, un testo che esalta l’ardore rivoluzionario e l’attaccamento delle giovani generazioni dell’allora Jugoslavia socialista. Oggi nemmeno il noto cantante serbo sembra andare troppo fiero di quel suo successo.
In prima fila i vertici dello Stato: il presidente della Repubblica, Borut Pahor, il capo del governo Alenka Bratusek, il presidente della Corte costituzionale Ernest Petric e altri esponenti di spicco della vita politica slovena. Alla fine tutti in piedi sulle note dell’Internazionale, in un tripudio di stelle rosse, berretti partigiani e di magliette con l’effige di Tito.
Riscoperta della resistenza
È stato questo l’epilogo della paradossale Giornata della Resistenza festeggiata in Slovenia senza una cerimonia ufficiale. In assenza della solita noiosa manifestazione statale la classe politica ha fatto a gara per presenziare al concerto del coro partigiano «Pinko Tomaic» di Trieste e di un ricco numero di star del panorama musicale nazionale.
I coristi triestini hanno celebrato, così, con uno spettacolo che sembrava uscito dai primi anni Settanta, i loro 40 anni d’attività. Nei mesi scorsi avevano già fatto alcuni concerti a Lubiana, dove avevano registrato il tutto esaurito. Da lì era nata l’idea di replicare lo spettacolo nel nuovissimo palazzetto dello sport di Stoice e di farlo proprio in occasione della Giornata della Resistenza.
All’epoca Boris Kobal, un noto comico sloveno di origine triestina, aveva voluto esplicitamente ringraziare quello che aveva definito lo sponsor generale della manifestazione, l’allora capo del governo Janez Jansa: «Finché c’è lui al potere abbiamo garantito il successo di simili iniziative».
Va detto che riempire il palazzetto dello sport di Lubiana, facendo anche pagare i biglietti, non è una cosa semplice a meno che a suonare non sia qualche rock star di fama internazionale. In questi ultimi mesi di proteste di piazza in Slovenia, però, c’è stata una vera e propria riscoperta della musica della Resistenza. Il coro femminile delle Kombinat, che anch’esso è salito sul palco sabato, è stato addirittura per settimane ai vertici delle classifiche degli album più venduti in Slovenia. Proprio le loro canzoni sono diventate la colonna sonora delle proteste.
Via Jansa, finite le proteste
Il concerto del coro triestino, quindi, avrebbe potuto, in qualche modo, essere l’epilogo della cosiddetta V Insurrezione popolare slovena. Una manifestazione anticasta era stata infatti programmata proprio il 27 aprile a Lubiana e faceva seguito a una serie di proteste che erano partite da Maribor e che poi avevano portato in piazza, lo scorso febbraio, ben 20.000 persone. Questa volta, però, la partecipazione popolare è stata poco significativa. Gli stessi organizzatori hanno dovuto ammettere, loro malgrado, il ruolo di catalizzatore, per la contestazione, che era riuscito a svolgere proprio Janez Jansa.
L’ex premier, che gode della fiducia incondizionata dei suoi sostenitori, viene visto dalla gran parte del centrosinistra come un diabolico principe delle tenebre. Uscito di scena sembra che le ragioni per protestare siano venute meno, anche se il nuovo governo Bratusek non pare intenzionato a cambiare sostanzialmente la politica del rigore impostata dal precedente esecutivo.
I politici di centrosinistra del resto non sembrano avere molto spazio di manovra, visto quanto sta accadendo sui mercati internazionali e la speculazione finanziaria che ha colpito la Slovenia. Hanno capito, però, che se non possono cambiare i provvedimenti d’impronta neoliberista, che vengono loro imposti da Bruxelles, possono almeno cantare le canzoni care ai loro elettori.
Il premier canta Bandiera rossa?
Il presidente Borut Pahor, la mattinata del 27 aprile, non ha mancato di invitare nel suo palazzo il coro partigiano di Trieste, per consegnare ai coristi un’alta onorificenza. Uscito dalla cerimonia, il coro ha fatto tappa alla protesta anticasta, dove ha cantato tra le ovazioni dei presenti alcune canzoni, poi ha dato appuntamento, a tutti coloro che erano in piazza, al concerto in programma la sera al palazzetto dello sport.
Lì alla casta politica slovena di centrosinistra è stata riservata la prima fila e nessuno è sembrato voler mancare. Hanno dispensato larghi sorrisi ed hanno applaudito anche quando qualche artista ha lanciato loro alcune frecciate, o quando un cantante ha finito il suo pezzo sventolando la bandiera con il pugno chiuso della cosiddetta Insurrezione popolare. Non si sono scomposti nemmeno davanti al fuori programma di una poco elegante benedizione impartita da un falso vescovo, che, senza alcun controllo, dopo essersi potuto sedere tra il pubblico così agghindato, non ha avuto alcun problema ad arrivare davanti al palco.
Dagli schermi del grande palazzo dello sport si è anche potuto vedere il primo ministro, Alenka Bratusek, in un elegante vestitino rosso, che pareva canticchiare «Bandiera rossa». Lei, assieme alle altre cariche dello Stato, non si è persa un solo istante del concerto.
Per il suo governo questi sono giorni difficili. L’esecutivo è alle prese con il Programma nazionale di riforme, che fa propri i suggerimenti arrivati dall’Ue e dai mercati internazionali. Resta da ultimare, e da consegnare a Bruxelles entro il 9 maggio, il Programma di stabilità che prevede il piano concreto degli interventi da prendere per arginare la crisi, e tra di essi non potranno mancare i tanto spesso citati tagli alla spesa pubblica.

Il Manifesto – 03.05.13





 

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