IX Congresso – Una base politica da cui ripartire

IX Congresso – Una base politica da cui ripartire

di Gianluigi Pegolo -

Ho sottoscritto e appoggio il documento uno per una ragione semplice: esso offre (pur con i suoi limiti) una base politica per rilanciare il partito. Mi riferisco, in particolare, a un’analisi della crisi convincente e non economicista, all’individuazione di un asse politico centrato sulla necessità della costruzione di una sinistra autonoma dal centro-sinistra, a un orizzonte internazionale che assume come riferimento le esperienze più avanzate della Sinistra europea e che fa della disobbedienza ai trattati il mezzo per la costruzione di uno schieramento in grado di modificare gli equilibri esistenti. Contemporaneamente, per ciò che riguarda il nostro paese, dall’intreccio sempre più stretto fra dinamica economico/sociale e vicenda istituzionale si coglie la natura costituente della nuova fase e correttamente si assume la lotta per il lavoro come centrale. Ma più di tutto mi convince la tesi secondo cui Rifondazione comunista non è morta e che, anzi, essa può e deve essere il motore per la costruzione di una sinistra di alternativa.

Con altrettanta schiettezza, ritengo che i documenti due e tre non offrano tale base politica e che anzi rappresentino declinazioni diverse di un’inguaribile inclinazione minoritaria che sempre in Rifondazione ha albergato, ma che non ha mai offerto valide alternative. Per quanto riguarda il documento due a me pare che esso, partendo dal presupposto che Rifondazione comunista sia un soggetto per molti versi obsoleto, muova nella direzione dell’improbabile costruzione di un’avanguardia che si appresti a gestire l’esplosione del conflitto sociale, indotta dalla crisi. Un atteggiamento fra il determinista e il messianico che, francamente, mi pare fuori dal tempo e che discende da una lettura erronea del caso italiano. Non è un caso – a me pare – se tanto ci si richiama, nel documento due, alle rivolte esplose sulle coste del Mediterraneo.

Nel caso del documento tre mi pare che ci troviamo di fronte ad un miscuglio di culture politiche, anche molto diverse fra loro, che non esprimono una vera proposta politica, ma un insieme di suggestioni riconducibili – in ultima istanza – a un identitarismo autoreferenziale. Leggo così il richiamo a un’ortodossia marxista come condizione per il rilancio del partito, oppure l’approccio isolazionistico sul piano politico e istituzionale. Né credo che la coloritura basista di queste posizioni, che compare nell’incipit del documento, sia credibile, a maggior ragione nel caso di uno schieramento così disomogeneo, la cui aggregazione più che da ragioni politiche forti pare motivato dall’esigenza di garantirsi una rappresentanza.

Circa l’articolazione delle posizioni presenti nella maggioranza, non ne sono scandalizzato. Peraltro, molto spesso in questi anni il vero dibattito politico si è avuto nella maggioranza e molto spesso le minoranze (o parti di esse) sono rimaste silenti. In ogni caso, non sosterrò alcun emendamento, da qualsiasi compagno o gruppi di compagni provenga, perché ritengo che il testo del documento sia migliore delle modifiche che vi si vogliono apportare. Nello specifico, limitandomi ai due emendamenti principali, la cui prima firmataria è la compagna Albertini, essi fanno del tema del rinnovamento del gruppo dirigente il loro punto di forza. In sé ciò è legittimo, a condizione che si riconosca la responsabilità collettiva delle scelte fin qui fatte. Quello che non convince, però, è la base politica cui ci si rifà. Mi riferisco al richiamo, nel secondo emendamento, all’interlocuzione con Sel e alla proposta di unificazione accelerata con il Pdci, forze che – come ben sappiamo – restano saldamente ancorate a una prospettiva centrata sul rapporto con il centro-sinistra. La qual cosa avrebbe dovuto suggerire un atteggiamento più problematico e che invece tradisce – a mio parere – un approccio politicista, che non solo è poco realistico, ma che – di fatto – espone ai rischi dell’omologazione.





 

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