Brasile, dentro il movimento: “Progresso per tutti: ospedali, scuole e qualità di vita”

Brasile, dentro il movimento: “Progresso per tutti: ospedali, scuole e qualità di vita”

di Lorenzo Vendemiale -
“Questo movimento è la cosa migliore che sia capitata al Brasile da anni: la mia generazione per la prima volta dimostra di amare il Paese e voler cambiare le cose”. Lucas ha 26 anni, è di San Paolo, di buona famiglia, si è laureato in relazioni internazionali e lavora per una delle più importanti banche del Paese. E’ un privilegiato, insomma. Eppure non ha avuto dubbi a scendere in piazza. “In ballo c’è il futuro di tutti noi brasiliani”, dice. E avvisa: “Forse da fuori avete l’impressione di manifestazioni cariche di tensioni e violenza. Non è così. I media sono dalla parte dei poteri forti e stanno dando un’immagine distorta della realtà: le manifestazioni sono in gran parte pacifiche e festose, dove si sono verificati episodi di violenza è stato solo per colpa della polizia”.

Stampa e forze dell’ordine, infatti, a detta di chi negli ultimi giorni è sceso in piazza in Brasile, stanno giocando un ruolo da protagonisti nella vicenda. In negativo. Lo conferma anche Teresa Klein, giovane giornalista dell’emittente televisiva Canal 20 di Porto Alegre: “Non è un mistero che la più importante tv del Paese, Globo, abbia agganci con i militari. Loro stanno mostrando al mondo un’altra storia, diversa da quella reale. E la stampa terrorizza il popolo come se fossimo in guerra civile”.

Le violenze, però, ci sono state: decine di feriti, addirittura tre morti. Ma la colpa sarebbe della polizia. Su questo concordano manifestanti di ogni provenienza ed estrazione sociale. “Gli unici criminali presenti nelle piazze sono i poliziotti”, tuona André, uno dei ragazzi che prova a coordinare le proteste in Porto Alegre. “Molti agenti attaccano i manifestanti e non indossano deliberatamente la targhetta di riconoscimento per non essere identificati mentre commettono abusi”. “Non ho partecipato ai cortei perché non mi sento al sicuro: ho paura degli estremisti e dei banditi, ma soprattutto ho paura della polizia”, conferma Ananda, studentessa di comunicazione. “La polizia non fa distinzioni, per loro chi va in piazza è un fuorilegge”, ribadisce Louis, che dirige una piccola impresa a Brasilia. Il perché prova a spiegarlo la giornalista Teresa Klein: “In Brasile molti poliziotti hanno avuto una formazione militare, ragionano come fossimo ancora sotto una dittatura. Mettere in discussione l’ordine costituito per loro è un reato e non aspettano che l’occasione per sospendere i diritti democratici”. Di qui gli episodi di violenze di cui sono piene le cronache degli ultimi giorni. E che Teresa ha vissuto sulla sua pelle: “La settimana scorsa ero in strada a manifestare e in un momento di totale tranquillità la polizia, senza motivo, ha lanciato due bombe lacrimogene in mezzo alla folla. Si è scatenato il caos e sono rimasta schiacciata contro un palazzo: non potevo muovermi perché pressata dalla calca, non potevo respirare a causa del gas. In quel momento ho pensato davvero di morire”. A lei è andata bene. Tanti altri sono stati feriti. Un fotografo sarebbe stato colpito in un occhio da un proiettile di gomma sparato dalla polizia ad altezza d’uomo e rischierebbe di perdere la vista. Anche questi sono fatti.

Evidente che le ragioni di una protesta che ha portato in strada milioni di persone e sta catalizzando l’attenzione di tutto il mondo siano ben più profonde del semplice aumento dei biglietti del tram: “Quello è solo un simbolo”, spiega Rone, 28 anni, impiegato contabile di San Paolo. “Pretendiamo ospedali, scuole, qualità della vita. Più sviluppo per tutti, e non solo per un’economia virtuale che poco ha a che fare con la gente comune”. E l’organizzazione dei grandi eventi sportivi che si terranno in Brasile nei prossimi anni è stata la scintilla che ha fatto divampare la protesta: “I Mondiali hanno dimostrato che in Brasile è possibile fare grandi cose. Il problema è che tutto ciò che stanno costruendo in questi mesi è per gli altri, non per noi cittadini”. Lo rimarca anche Teresa Klein: “Chi ci governa crede che tutta questa ricchezza non ci riguardi, che dovremmo essere felici perché ci saranno i Mondiali. Anche da queste parti conosciamo il detto latino Panem et circenses: beh, molti brasiliani non hanno neppure il pane, e questo non è più tollerabile”.

Come in tutti i passaggi cruciali della storia di un Paese, però, i pericoli sono dietro l’angolo: c’è chi vorrebbe approfittare della confusione di questi giorni per dare una svolta autoritaria. “Sono sinceramente preoccupata per la democrazia brasiliana”, spiega Teresa. “Abbiamo avuto una dittatura militare per quasi vent’anni, e ora è come se i fantasmi facessero ritorno dal passato. Il nostro presidente è dalla parte della democrazia, ma ci sono diversi gruppi di destra che spingono , in maniera più o meno esplicita, per una sospensione dello stato di diritto”. Probabilmente è la stessa natura delle proteste a prestare il fianco a certi rischi: “Bisognerebbe incanalare il movimento sui giusti binari. Di solito in Brasile sono gli studenti a manifestare, in questo caso tutto il popolo è sceso in piazza. È un aspetto positivo, ma pure pericoloso: c’è anche chi protesta solo per moda, c’è tanto qualunquismo. A volte il movimento dà l’impressione di non sapere cosa vuole di preciso. Dobbiamo stare attenti a questa deriva confusionale: nei momenti di caos è più facile approfittare dell’ignoranza della gente e manovrare le masse”.

Anche per questo, sul web è partita una mobilitazione per stoppare per qualche giorno le proteste, calmare le acque. “Dovremmo riflettere su quali sono i nostri obiettivi, cercare di selezionare i manifestanti: solo chi crede veramente nella causa deve scendere in piazza”. Domenica, però, in occasione della conclusione della Confederations Cup, potrebbe esserci una nuova esplosione delle proteste, a Rio de Janeiro sede della finale, come nel resto del Paese: “Stiamo valutando di organizzare un qualche genere di manifestazione, ma per il momento si tratta solo di idee isolate, i leader devono ancora decidere”, fa sapere un attivista. “Del resto, si tratta di un movimento molto spontaneo, e non si può parlare di una vera e propria organizzazione e dire chi ne faccia parte: spesso gli eventi vengono decisi nell’arco di pochi giorni, per non dire ore. Per questo è davvero difficile ipotizzare cosa accadrà domenica, come nelle prossime settimane”. Di certo c’è che per il Brasile questo è un momento storico. I brasiliani non vogliono perdere il treno del cambiamento. E poco importa quale sia il prezzo del biglietto.

dal Fatto quotidiano


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