Una convenzione per la democrazia

Una convenzione per la democrazia

di Gaetano Azzariti -
Il ricorrente «sovversivismo dall’alto» delle classi dirigenti italiane – come ricorda Gramsci – si propone oggi di svuotare la costituzione democratica. La proposta di istituire una convenzione para-costituente, avanzata dal governo d’emergenza e d’unità nazionale, ha questo scopo. Non ci si illuda, questa convenzione – se sarà costituita – non si limiterà a proporre poche e necessarie modifiche al testo della nostra legge suprema al fine di consolidarne i principi di fondo, ma – se avrà successo – finirà inevitabilmente per «innescare un processo ‘costituente’ suscettibile di travolgere l’intera costituzione» (come avverte Valerio Onida nella relazione finale del Gruppo di lavoro istituito da Napolitano). D’altronde, al di là della stessa forma che assumerà il revisionismo storico della costituzione (sia essa la convenzione ovvero la presentazione di progetti di legge costituzionali presentati dall’attuale ministro per le riforme) questo appare l’obiettivo di una classe dirigente in pieno collasso che rischia di trascinare con sé, nell’abisso, la nostra democrazia costituzionale.
Appare necessario opporsi a questa deriva, riaffermando le ragioni del costituzionalismo democratico. A favore dei diritti di cittadinanza, dell’eguaglianza sostanziale, delle libertà civili e del pluralismo politico. Contro il dominio del mercato e l’arroganza dei poteri selvaggi. Bisogna arrestare le politiche di stampo neoliberista e le torsioni neoautoritarie che da oltre vent’anni costituiscono il substrato ideologico e culturale delle politiche di governo. Invertire la rotta è possibile, ma solo se si sarà in grado di ricostruire un «campo» teorico e materiale alternativo, non subalterno alle concezioni dominanti, ma capace di esprimere una contro-egemonia.
Ardua impresa se si guarda alla cronaca che ha devastato le forze che erano più sensibili alle ragioni della democrazia costituzionale, alla salvaguardia dei diritti e delle libertà dei più deboli, alla divisione dei poteri costituiti e alla diffusione della sovranità popolare.
Ma la leggerezza della cronaca deve essere contrastata dalle ragioni di fondo della storia, dallo sguardo lungo che essa impone. Una storia che sappia ricomporre le fratture, ricostruire e guardare al futuro. Questa storia ha bisogno di idee. Quelle idee che sono mancate o che non si sono sapute comunicare. Contro la regressione culturale del presente, alzare lo sguardo è possibile.
È per questo che c’è bisogno di una vera convenzione. Una «Convenzione per la democrazia costituzionale» che sappia tornare a garantire i diritti e separare i poteri, senza cui la società – ci ricorda la Dichiarazione dei diritti del 1789 – «non ha una costituzione». Una convenzione partecipata e “dal basso”, visto il fallimento delle forze organizzate, ma che punta “in alto”, ad investire il Palazzo e le istituzioni, perché non vuole rimanere pura testimonianza. Un luogo d’incontro delle esperienze sociali, delle culture critiche e realmente innovative che sappia mostrare la forza della costituzione, la sua capacità di cambiare lo stato di cose presenti. È in nome della democrazia costituzionale che si può ricostruire dalle macerie disseminate in questi ultimi vent’anni.
La nostra convenzione, come Giano – il dio degli inizi – dovrà avere due facce. La prima rivolta a controllare e criticare l’operato dei «sovversivi» che proporranno di rafforzare i poteri e modificare la nostra forma di Stato tramite strumenti arbitrari, che si pongono al di fuori del rispetto delle regole imposte dall’art. 138; la seconda indirizzata a costruire una più solida democrazia costituzionale, qui e ora. Alcuni temi sono già all’ordine del giorno, specifiche proposte sono già state formulate, e dovranno costituire i primi momenti di riflessione collettiva: una definizione normativa e la disciplina dei beni comuni come beni essenziali alla sopravvivenza e alla formazione della personalità degli individui; un reddito di cittadinanza per garantire i diritti essenziali e la dignità delle persone; una nuova disciplina delle iniziative legislative popolari per ridurre lo iato che appare oggi incolmabile e terribile tra una società civile e una società politica che non possono continuare a essere impermeabili l’una all’altra; una nuova consapevolezza del web quale strumento essenziale per la costruzione della personalità che implica un diritto di accesso che sia costituzionalmente garantito.
Ma anche altri temi si impongono, di portata ancor più ampia che non possono essere rimossi, che richiedono il nostro impegno individuale di studiosi e una nuova riflessione collettiva.
Non ci si può scordare la profonda crisi in cui versa l’Europa e appare una necessità riprendere il discorso sull’Europa politica e sociale, in grado di tutelare i diritti fondamentali. È quest’ultimo un orizzonte ormai abbandonato, che deve essere riconquistato se si vuole prendere sul serio la Carta di Nizza e non ci si vuole arrendere all’Europa dei mercati e della finanza, se non si accetta di tornare all’Europa delle Nazioni più solide che dominano i Paesi economicamente più esposti.
Inoltre, non ci si può nascondere che nel nostro Paese si sta diffondendo un senso comune, acriticamente introiettato, che vede nella trasformazione in senso presidenziale della nostra forma di governo la soluzione della crisi della rappresentanza politica. È questa la via maestra attraverso cui può passare l’involuzione del nostro sistema di democrazia costituzionale. La questione centrale della rappresentanza politica non può essere lasciata ai cultori del presidenzialismo, deve essere rideclinata entro una prospettiva di diffusione del potere e di rafforzamento delle istanze di partecipazione dei cittadini.
Su tutti questi temi è necessario chiamare a raccolta tutte le forze critiche, tutti coloro che non si vogliono arrendere alla scomparsa di una prospettiva di cambiamento democratico del nostro ordinamento e della nostra società. Una «lotta per il diritto» che è parte essenziale di una decisiva battaglia per la ricostruzione di una cultura politica e costituzionale, dopo anni di sbandamento.

Il Manifesto – 10.05.13

2 Commenti

  1. Dovrei esprimere quello che ho già detto nel commento all’articolo del Manifesto “Una rete ri-costituente”, riprodotto dal sito della Rifondazione Comunista(?). Penso non valga la pena, perché si vuole pensare ad altro. Utilizzo comunque questo sito per ringraziare, commosso e sentitamente, per il grande spazio che il giornale comunista (potrei mettere un interrogativo ma non è il caso, intanto ormai hanno capito tutti) “il manifesto” ha dedicato all’iniziative odierna a Bologna al Teatro Galliera, di Cremaschi, Russo Spena, Tomaselli e tanti altri. Mi sembrerebbe giusto dedicare un po’ di spazio anche al PD, alle straordinarie iniziative di SEL (cioè Vendola), costituenti di beni comuni (specificare meglio, prego, che qualcuno dovrà gestirli), ecc.. ecc..

  2. DOMANDA

    “Non sarebbe più utile impiegare preti, frati e suore in servizi sociali che gratificherebbero il loro spirito assai più di quanto non faccia la banale osservanza rituale? So bene che la chiesa non può tollerare che gli esseri umani scelgano liberamente ciò che assicurerebbe loro la serenità e la felicità; e considera simili circostanze come oggetto di dottrina e verifica di obbedienza. Ma chi non crede avrà il diritto di opinare che c’è qualcosa di dogmaticamente mostruoso in queste imposizioni”.
    (Tratto da “La Chiesa che vorremmo” di Carlo Bernardini, su L’Unità)

    RISPOSTA

    La ringrazio del gentile pensiero, ma vorrei farle notare che “suora” non significa “cerebrolesa”. Quando sono diventata suora, essendo capace di intendere e volere, e incidentalmente anche di laurearmi in filosofia, sapevo dell’esistenza degli assistenti sociali. E ho deciso di diventare suora e non assistente sociale. Ci sarà un qualche motivo?

    La pregherei di non interessarsi di ciò che gratifica il mio spirito, così come a me non interessa assolutamente niente di ciò che gratifica il suo. Scrivo forse io a qualsivoglia giornale per suggerire a lei cosa fare invece di studiare la fisica? Le ho forse mai scritto di occuparsi dei bambini del Burkina Faso invece che del sincrotrone?

    Il passo successivo dell’”Impiegare preti, frati e suore in servizi sociali” è forse quello di farglielo fare in appositi campi con scritto sulla porta “Il lavoro rende liberi”?

    Gli aulici illuministi, che ci hanno insegnato a venerare, strappavano le suore di clausura dai loro conventi e, poichè le poverine non potevano giustamente essere felici, private dell’esperienza della sessualità, le violentavano… Meno male che lei desidera gratificare solo il nostro spirito.

    La mia osservanza rituale sarà pure banale per lei, ma guarda caso è ciò che ho liberamente scelto. Lei osserva il suo sincrotrone e io il mio rituale. Io faccio forse obiezione al fatto che lei osserva il suo sincrotrone? Certo lei potrebbe dirmi che la sua scienza ha prodotto conoscenza… e io le rispondo che magari la mia preghiera ha salvato il mondo, ma anche non l’avesse fatto ha reso felice me. Cosa che il suo sincrotrone non è capace di fare.

    Onorevole professore, per favore, lasci che ciascuno decida cosa fare della propria vita: so come spendere la mia esistenza anche senza di lei. Senza offesa. Si chiama libertà, si chiama democrazia. Il mondo è pieno di gente che, se fosse il padrone del mondo, sistemerebbe ogni cosa (specialmente sui taxi o dai parrucchieri) e direbbe a tutti che cosa devono fare: la chiamano dittatura.

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