«Stop alla riforma franchista»

«Stop alla riforma franchista»

di Giuseppe Grosso -
Non piace a nessuno. Né agli studenti, né ai professori, né ai genitori, che hanno partecipato uniti e a migliaia al grande sciopero di ieri (il secondo dell’anno) in difesa dell’istruzione pubblica. Ma almeno ha compattato tutto il mondo della scuola pubblica, ed è una delle poche virtù della riforma dell’istruzione del Pp, conosciuta come “Legge per il miglioramento della qualità educativa” (Lomce), anche se non è per nulla chiaro in che modo la riforma del ministro de educación José Ignacio Wert – l’ottava dell’epoca democratica, che potrebbe essere approvata oggi – dovrebbe riqualificare l’istruzione spagnola. La legge è infatti un concentrato di tagli e sbarramenti che incidono pesantemente sia sul piano economico sia su quello ideologico, togliendo risorse e autonomia ad un sistema educativo già malato (il tasso d’abbandono prima del conseguimento del titolo superiore sfiora il 25%) e storicamente terreno di predatorie scorribande politiche. Il governo di Rajoy non fa eccezione e, anzi, spicca in quanto ad accanimento: per l’anno in corso il ministro dell’Istruzione ha dato una sforbiciata al budget del 37% (1,14 miliardi), inchiodando a quota 3,9% la percentuale del Pil destinata al settore educativo. Ma lo stillicidio prosegue dal 2010: in 3 anni dalle casse del ministero sono evaporati 6,7 miliardi.
Con queste premesse il «miglioramento della qualità educativa» non può che restare sulla carta. La legge, di fatto, disegna un modello di scuola che si adatta alla penuria di fondi. E infatti: vie le borse di studio (non più 40% dei beneficiari potrà rinnovarle), via la mensa gratis, fuori i professori di sostegno, aumento delle ore di docenza e del numero di alunni a fronte di un diminuzione dello stipendio degli insegnanti (-15%), a cui è stata tolta anche la tredicesima. E fin qui tutto rientra nella penosa routine dei sacrifici sull’altare dell’austerità. Più subdoli anche se ugualmente dannosi sono invece i colpi di bisturi per ridisegnare ideologicamente il volto della scuola pubblica, riconcepita con criteri aziendali. La riforma prevede che le tutte le scuole ricevano fondi secondo la posizione occupata in un ranking (che la legge attuale vieta) stilato da aziende esterne in base a test precostituiti che terranno in considerazione anche il rendimento degli alunni di ogni centro. La conseguenza è ovvia e duplice: da una parte le priorità educative saranno funzionali al posizionamento nel ranking; dall’altra le scuole più prestigiose non accetteranno gli studenti con maggiori difficoltà per mantenere l’eccellenza e quindi i finanziamenti.
La stessa dinamica potrebbe ripetersi con le università, a cui sarà consentito introdurre prove d’accesso che avvantaggerebbero gli alunni provenienti dai migliori istituti. Inutile dire che le scuole e gli atenei privati, più libere nei criteri di selezione degli studenti, si stanno già fregando le mani. Tohil Delgado, portavoce del Sindicato de Estudiantes, uno dei collettivi che ha convocato lo sciopero di ieri, si infiamma solo a sfiorare l’argomento: «Si vuole tornare al modello franchista, una cultura elitaria per soli ricchi». Pur senza arrivare a tanto, ci sono tutte le premesse per creare dei ghetti educativi per i più svantaggiati e per impiantare una cultura livellata verso il basso e fatta di test a crocette. Per non parlare del purgatorio della formazione professionale, nel quale sprofonderà chi non dovesse passare gli esami reintrodotti dalla legge Wert alla fine di ogni ciclo scolastico. Quelli che li superano possono accedere ai due anni di superiori propedeutici all’università, gli altri, come una volta, vanno ad imparare un mestiere e a preparare le valigia per la Germania. Non manca nemmeno uno sgradevole retrogusto di censura: con la benedizione delle gerarchie cattoliche, sparisce la educación a la ciudadanía, materia introdotta dal Psoe per avvicinare gli adolescenti a tematiche sociali come la tolleranza alle diversità.
Secondo i sindacati, gli studenti, e i genitori, riuniti nella Plataforma por la escuela pública, che ha convocato lo sciopero, ce n’era abbastanza per tornare in piazza e tingere di verde (il colore che contraddistingue i “ribelli” dell’istruzione) le strade delle principali città spagnole.
Le manifestazioni più partecipate sono state quelle di Barcellona e Madrid. Nella capitale il corteo è partito dalla Plaza de Neptuno e si è diretto al vicino ministero dell’Istruzione in un clima festoso. Immancabili e numerosi, ovviamente, gli slogan e i cartelli contro Wert e i tagli. In testa al corteo, retto dai leader dei sindacati partecipanti, uno striscione diceva «no alla controriforma educativa». Più fantasiose le trovate degli studenti. Un gruppo di universitari gridava «más escuelas, menos Eurovegas», riferendosi al miliardario casinò che sarà costruito alla periferia di Madrid.
Mentre sfilava la manifestazione, la protesta negli atenei madrileni durava già dalla notte di mercoledì, quando alcuni studenti si sono barricati in varie aule della Complutense e della Carlos III, due delle principali università pubbliche. Secondo i rispettivi sindacati, il 72% dei professori e il 90% degli studenti avrebbero partecipato allo sciopero, dando vita ad una protesta storica. Tutti sanno che c’è in gioco molto: «L’impoverimento dell’educazione pubblica è l’impoverimento di tutta la società», ha spiegato una professoressa.

Il Manifesto – 10.05.13

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