La lobby più potente del mondo

La lobby più potente del mondo

di Andrea Baranes

Sono 1.700 addetti per un fat­tu­rato di oltre 120 milioni di euro l’anno. Non par­liamo di una mul­ti­na­zio­nale, ma dell’esercito di lob­bi­sti che affolla le isti­tu­zioni euro­pee a Bru­xel­les e della quan­tità di denaro for­nita ogni anno da ban­che e altre imprese del set­tore per soste­nerne le atti­vità. Sono alcuni dei dati rias­sunti nel rap­porto pub­bli­cato il 9 aprile da Cor­po­rate Europe Obser­va­tory — Ceo e inti­to­lato “la potenza di fuoco della lobby finan­zia­ria”, che siamo in grado di anticipare.

Se è banale, se non inge­nuo, sor­pren­dersi di fronte alla noti­zia di un mondo finan­zia­rio che eser­cita una for­tis­sima atti­vità di lobby sulle isti­tu­zioni euro­pee, ben diverso è leg­gere i dati e le cifre in gioco. Ogni regola, Diret­tiva, o ricerca passi da Par­la­mento, Com­mis­sione, Bce o qual­si­vo­glia altra isti­tu­zione euro­pea è sog­getta a que­sta potenza di fuoco. «Pro­ba­bil­mente la lobby più potente del mondo»; parole non di un qual­che gruppo di com­plot­tari, ma del Com­mis­sa­rio euro­peo Algir­das Semeta.

Così come non sono gruppi di com­plot­tari ma decine di par­la­men­tari euro­pei di diversi par­titi e schie­ra­menti che già a giu­gno 2010 sot­to­scri­vono un appello nel quale testual­mente si segnala che «pos­siamo vedere ogni giorno la pres­sione eser­ci­tata dall’industria ban­ca­ria e finan­zia­ria per influen­zare le leggi che li gover­nano. Non c’è nulla di straor­di­na­rio se que­ste imprese fanno cono­scere il pro­prio punto di vista e hanno discus­sioni con i legi­sla­tori. Ma ci sem­bra che l’asimmetria tra il potere di que­sta atti­vità di lobby e la man­canza di una espe­rienza oppo­sta ponga un peri­colo per la democrazia».

Que­sto peri­colo diventa pur­troppo evi­dente scor­rendo il rap­porto di Ceo. In sede euro­pea il mondo finan­zia­rio supera la spesa in atti­vità di lobby di ogni altro gruppo di inte­resse per un fat­tore di 50 a 1.

Per fare un esem­pio tra i molti pos­si­bili, una recente discus­sione al Par­la­mento euro­peo su una Diret­tiva riguar­dante hedge fund  e  pri­vate equity , 900 emen­da­menti sui 1.700 totali sono stati redatti non da par­la­men­tari ma da lob­bi­sti del mondo finanziario.

Al Par­la­mento euro­peo sono attivi gruppi come il Euro­pean Par­lia­men tary Finan­cial Ser­vi­ces Forum (EPFSF) che com­prende mem­bri del Par­la­mento e lob­bi­sti finan­ziari per «pro­muo­vere un dia­logo tra il Par­la­mento euro­peo e l’industria dei ser­vizi finanziari».

Que­sto dia­logo com­prende ad esem­pio inviti ai par­la­men­tari per «semi­nari edu­ca­tivi sul tra­ding dei deri­vati». Il forum è finan­ziato prin­ci­pal­mente dai suoi 52 mem­bri, tra i quali JP Mor­gan, Gold­man Sachs Inter­na­tio­nal, Deu­tsche Bank, Citi­group e altri. E’ pos­si­bile saperlo per­ché ad oggi è l’unico gruppo di rilievo in ambito finan­zia­rio a rive­lare il nome dei pro­pri mem­bri. Il “Regi­stro per la Tra­spa­renza” delle atti­vità di lobby, isti­tuito in Ue nel 2008 per pro­vare a fare chia­rezza, è infatti uni­ca­mente volon­ta­rio, lasciando a imprese e lob­bi­sti la scelta di regi­strarsi o meno. Sta di fatto che un sin­golo par­la­men­tare euro­peo rivela di avere rice­vuto qual­cosa come 142 inviti in due anni dal mondo finan­zia­rio per “eventi”, “semi­nari” o simili.

Secondo il rap­porto, dopo lo scop­pio della crisi la lobby finan­zia­ria ha par­te­ci­pato ad almeno 1.900 incon­tri e con­sul­ta­zioni con la Com­mis­sione e le altre isti­tu­zioni euro­pee. Un numero da met­tere in rela­zione con il cen­ti­naio di incon­tri che coin­vol­ge­vano reti e orga­niz­za­zioni della società civile e con gli 84 con il mondo sindacale.

Ana­lo­ga­mente, il dato (pru­den­ziale) di 120 milioni di euro l’anno speso per le lobby finan­zia­rie è da met­tere a con­fronto con una dispo­ni­bi­lità intorno ai 2 milioni per Ong, società civile e sin­da­cati. Un rap­porto di 60 a 1 che fa impal­li­dire i pur evi­denti squi­li­bri pre­senti in altri set­tori. Ad esem­pio per quanto riguarda l’agro-alimentare, la stima è di 50 milioni di euro dell’industria a fronte di 12 milioni per asso­cia­zioni di con­su­ma­tori, Ong e sindacati.

Lo squi­li­brio è se pos­si­bile ancora più impres­sio­nante quando si va a vedere la com­po­si­zione dei “gruppi di esperti” ovvero gli organi con­sul­tivi uffi­cial­mente costi­tuiti da Com­mis­sione, Bce o agen­zie di super­vi­sione finan­zia­ria per rice­vere con­si­gli e pareri su aspetti e nor­ma­tive spe­ci­fi­che. In molti casi la rap­pre­sen­tanza supera abbon­dan­te­mente il limite della decenza, se non quello del ridi­colo. Nel De Laro sière Group on finan­cial super­vi­sion in the Euro­pean Union 62 mem­bri dal mondo finan­zia­rio, 0 da società civile, sin­da­cati o altri gruppi di inte­resse; sulla Mifid, diret­tiva fon­da­men­tale sul fun­zio­na­mento dei mer­cati finan­ziari euro­pei, 77 con­tro 5; nel gruppo di esperti sui Deri­vati, 86 esperti del mondo finan­zia­rio, 0 tra Ong, con­su­ma­tori o sin­da­cati. Secondo il rap­porto, in totale oltre il 70% dei con­su­lenti e degli esperti nei gruppi della Com­mis­sione ha legami diretti con il mondo finan­zia­rio, a fronte di uno 0,8% delle Ong e del 0,5% dei sindacati.

Se pos­si­bile va ancora peg­gio alla Bce, che ha pro­mosso degli Sta­ke­hol der Groups . La parola sta­ke­hol­der viene soli­ta­mente tra­dotta in ita­liano con “por­ta­tore di inte­resse” e dovrebbe indi­care chiun­que ha appunto un qual­che inte­resse in una deter­mi­nata impresa o isti­tu­zione. Il gruppo presso la Bce pre­ve­deva 95 mem­bri pro­ve­nienti dal set­tore finan­zia­rio, e 0 (zero!) tra orga­niz­za­zioni della società civile, con­su­ma­tori, sin­da­cati. Veniamo così a sco­prire che le poli­ti­che della Banca cen­trale euro­pea non hanno evi­den­te­mente nes­sun inte­resse per cit­ta­dini e lavo­ra­tori europei.

I risul­tati? Qual­siasi pro­po­sta di rego­la­men­ta­zione va avanti nel migliore dei casi con il freno a mano tirato, e le legi­sla­zioni in mate­ria finan­zia­ria ven­gono diluite fino a ren­derle spesso total­mente inef­fi­caci. Il mondo finan­zia­rio in mas­sima parte respon­sa­bile dell’attuale crisi con­ti­nua a lavo­rare indi­stur­bato, men­tre al cul­mine del para­dosso sono Stati e cit­ta­dini che la stessa crisi l’hanno subita a ritro­varsi con il cerino in mano e a dovere accet­tare sacri­fici e austerità.

La buro­cra­zia euro­pea pro­cede a ritmi impres­sio­nanti quando si tratta di imporre vin­coli e con­trolli, se non una vera e pro­pria inge­renza, sugli Stati sovrani, i loro conti eco­no­mici e le loro poli­ti­che. Ma dall’altra parte la bozza di Diret­tiva sulla tassa sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie rimane impan­ta­nata tra infi­nite discus­sioni e veti incro­ciati. La sepa­ra­zione tra ban­che com­mer­ciali e ban­che di inve­sti­mento, che tutti gli studi rico­no­scono come un passo essen­ziale per evi­tare il ripe­tersi di disa­stri come quello degli ultimi anni, è ancora un vago pro­getto. A set­tem­bre 2013 il Com­mis­sa­rio euro­peo Bar­nier annun­cia tran­quil­la­mente in un comu­ni­cato stampa che «dob­biamo ora affron­tare i rischi posti dal sistema ban­ca­rio ombra». Men­tre gli Stati sono sot­to­po­sti a un con­trollo stret­tis­simo, per il gigan­te­sco sistema ban­ca­rio ombra che si muove al di là di qual­siasi regola o con­trollo, a cin­que anni dal fal­li­mento della Leh­man Bro­thers e oltre sei dallo scop­pio della crisi, la Com­mis­sione, bontà sua, dichiara che è tempo di mostrare un qual­che interesse.

Se le isti­tu­zioni euro­pee aves­sero dimo­strato verso il gigan­te­sco casinò finan­zia­rio che ci ha tra­sci­nato nella crisi solo una fra­zione dell’impegno messo per imporre sacri­fici e auste­rità a chi ne ha pagato le con­se­guenze, pro­ba­bil­mente oggi i cit­ta­dini euro­pei sta­reb­bero leg­ger­mente meglio. In una recente inter­vi­sta, Luciano Gal­lino ricorda che «il para­dosso è che la crisi, fino all’inizio del 2010, è stata una crisi delle ban­che. Poi è ini­ziata una straor­di­na­ria ope­ra­zione di mar­ke­ting: si è fatta pas­sare l’idea che il pro­blema fos­sero i debiti pub­blici degli stati». Da oggi riu­sciamo a capire un po’ meglio con quali mezzi e risorse tale straor­di­na­ria ope­ra­zione di mar­ke­ting sia stata e con­ti­nui ad essere rea­liz­zata. (Il rap­porto inte­grale è dispo­ni­bile su:http://​cor​po​ra​teeu​rope​.org)


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