«Renzinomics», un tiepido liberismo tra i giganti dell’austerità

«Renzinomics», un tiepido liberismo tra i giganti dell’austerità

di Roberto Ciccarelli – il manifesto

Le «pic­cole intese» a mag­gio­ranza varia­bile con le quali Mat­teo Renzi intende affron­tare l’arduo per­corso di un governo di legi­sla­tura fino al 2018 saranno costrette a tro­vare una «qua­dra» per tro­vare anche una sola idea per con­tra­stare la disoc­cu­pa­zione giunta al 12,7% (quella gio­va­nile è al 41,7%) desti­nata ad aumen­tare nel 2014. Il primo fronte è quello del Pd. La sini­stra interna, al netto di Civati, ha pre­sen­tato ieri un docu­mento cri­tico della «linea mer­can­ti­li­sta nell’eurozona» e chiede di con­trat­tare con l’Europa una devia­zione tem­po­ra­nea del defi­cit strut­tu­rale dello 0,5% del Pil per tre anni. Un’impresa dispe­rata, allo stato, visto che l’Ecofin e la Com­mis­sione Ue sono state chiare: l’Italia, già in pre­di­cato di supe­rare il tetto fatale del 3% nel 2014, e a rischio di pro­ce­dura d’infrazione, non può permetterselo.

Ieri la Corte dei Conti ha dise­gnato un altro sce­na­rio da incubo: il «cre­dit crunch» con­ti­nuerà nel 2014, le ban­che non pre­ste­ranno denaro a fami­glie e imprese. La domanda interna, come i con­sumi, non ripar­ti­ranno. Secondo la magi­stra­tura con­ta­bile ci sarà un buco nel get­tito di 13,7 miliardi di euro tra il 2017 e il 2020. Il pros­simo governo dovrà rea­liz­zare dun­que mano­vre lacrime e san­gue già dalla pros­sima legge di sta­bi­lità? Ci si è messo poi quell’uccello del malau­gu­rio del cen­tro studi di Con­fin­du­stria: il debo­lis­simo rialzo del Pil dello 0,1% nell’ultimo tri­me­stre 2013 (con una per­dita annuale dell’1,9%) è infe­riore alle attese.

A fine anno la «cre­scita» potrebbe essere infe­riore al dato da pre­fisso tele­fo­nico indi­cato anche dal Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale: +0,6%, men­tre la disoc­cu­pa­zione aumen­terà. Nell’ultimo tri­me­stre dell’anno scorso sono stati persi altri 67 mila posti di lavoro. Que­sto il qua­dro di un’economia in reces­sione, sull’orlo della defla­zione. Stando all’agenda det­tata da Renzi, il governo ini­zierà ad affron­tare il pro­blema da marzo. Sul lavoro sono in ballo la sua pro­po­sta, poco meno di una bozza, quella di Mau­ri­zio Sac­coni (Nuovo Cen­tro destra) e quella di Pie­tro Ichino (Scelta Civica). Le ricette sono diverse e acco­mu­nate da un libe­ri­smo di fondo: meno garan­zie in entrata, attra­verso lo scam­bio tra un con­tratto a tutele cre­scenti per tre anni in cam­bio la ste­ri­liz­za­zione dell’articolo 18.

Lì dove non vige l’articolo 18, Renzi potrà accor­darsi con gli alfa­niani su un’ulteriore dere­go­la­men­ta­zione del con­tratto a ter­mine, esten­dendo la cosid­detta «acau­sa­lità» fino a 36 mesi. Que­sto signi­fica che i «gio­vani» fino ai 29 anni, ma anche fino ai 35, potranno essere licen­ziati in cam­bio di un rim­borso e, si dice, di un sus­si­dio uni­ver­sale di due anni.

Con l’estensione, ille­gale rispetto alle norme euro­pee, dell’«acausalità» dei con­tratti, le imprese use­ranno i con­tratti a ter­mine (cioè i «mini-jobs» all’italiana) per tutte le assun­zioni. Renzi ha anche il pro­blema di accor­darsi con Sac­coni, por­ta­tore di istanze ultra-liberiste, e dovrà pro­vare a moderarle.

Con il «sala­rio minimo ora­rio», ad esem­pio. Passi la sug­ge­stione di Obama, che l’ha aumen­tato da poco, ma que­sta misura non esi­ste in Ita­lia e ha sem­pre incon­trato l’ostilità dei sin­da­cati per i quali essa vale nella con­trat­ta­zione decen­trata. Ovvia­mente non si parla di «red­dito minimo», né di riforma della gestione sepa­rata dell’Inps che vessa gli auto­nomi e free­lance. Sem­bra invece certa la ridu­zione del numero dei con­tratti pre­cari, oggi 46, verso la pre­va­lenza dell’apprendistato. Si pre­vede la riforma dei cen­tri dell’impiego in un’agenzia unica. Su molti di que­sti punti esi­ste un sostan­ziale accordo con la mino­ranza interna al Pd che pro­pone, tra l’altro, uno «Sta­tuto del lavoro auto­nomo» e il rilan­cio delle poli­ti­che indu­striali. La ridu­zione del cuneo fiscale sul costo del lavoro è legata alla spen­ding review da 32 miliardi dell’ex Fmi Carlo Cot­ta­relli. Un’altra inco­gnita all’orizzonte.


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